Nascita del volgare in Italia
La fine dell’Impero e le invasioni barbariche significano anche in Italia la fine dell’unità linguistica e lo sviluppo di parlate locali, mentre il latino rimane come lingua dell’alta cultura. Rispetto ad altre zone dell’Europa, l’aspetto caratterizzante la situazione italiana è un maggior frazionamento dialettale dovuto a numerosi fattori: • ragioni amministrative: - confini ecclesiastici e politici - la divisione della penisola operata da Diocleziano (III sec. d.C.) nei Vicariati di Roma e Milano, separati da una linea di confine sull'asse La Spezia- Rimini - ulteriori divisioni conseguenze dell’invasione dei Longobardi. • esistenza, già al tempo di Roma, di stirpi diverse che avevano sovrapposto il latino alla loro lingua originaria: i celti al Nord, italici o umbro-sannitici al Centro- sud , etruschi in Toscana…….
Nell’ VIII secolo esiste comunque già un complesso di dialetti, fra loro diversi, ma dotati di caratteristiche comuni e che li distinguono dalle altre lingue romanze. Su questi dialetti agiranno poi fattori di regolarizzazione e che spingono verso una unificazione, almeno in una certa misura: la nascita di una vera e propria lingua unitaria è ostacolata dalla mancanza di un centro politico e amministrativo unitario. - i sacerdoti nella predicazione devono usare il volgare, se vogliono farsi intendere da tutti - i notai, dovevano tradurre i documenti scritti in latino a quelli che non lo intendevano più, ma anche nei tribunali la verbalizzazione che esige fedeltà rigorosa a quello che vien detto e fatto doveva spesso ricorrere al volgare. - -giullari svolgevano la loro attività per un pubblico misto e soprattutto spostandosi di corte, di città in città, di villaggio in villaggio e quindi avevano bisogno di una lingua che potesse essere intesa entro confini più vasti di quelli del singolo municipio. - lo sviluppo dei contatti politici e commerciali che si verifica in età comunale. Il latino è comunque la lingua per eccellenza, quella che ha ordine, decoro e stabilità e, rispetto ai volgari, funziona in un certo senso da grammatica, perché è su di esso che si cerca di modellare il volgare, quando si vuole elevarlo e liberarlo da caratteristiche troppo locali per renderlo capace di una comunicazione a più vasto raggio. Un grande contributo alla regolarizzazione di una lingua scritta e comune per tutta la penisola viene offerto dagli scrittori di letteratura, anche se, per quanto concerne il carattere di questo contributo, bisogna tener presente l’osservazione del Migliorini, perché quando si diffonde l’uso del volgare scritto “ non si mira direttamente a una lingua comune: si mira ad una lingua bella e nobile, la quale eliminerà i particolarismi e sarà perciò anche comune”. Un volgare “illustre”, secondo la definizione che Dante dà della lingua letteraria scritta, si forma, nella prima metà del duecento alla corte di Federico II, ed è la lingua della prima poesia italiana scritta con intendimento artistico. Dopo il declino della potenza sveva la tradizione poetica siciliana verrà ripresa nei temi e rielaborata nel vocabolario dai poeti toscani e poi dai poeti dello stilnovo. Il volgare illustre, che è altro dal volgare parlato, sarà dunque la lingua di queste scuole poetiche, oltre che della poesia che nascerà in altre regioni italiane (Umbria, Lombardia). L’opera di Dante, Petrarca e Boccaccio accrescerà l’influenza del fiorentino letterario sulla lingua letteraria delle altre regioni italiane, contribuendo ad accrescere l’uniformità del volgare letterario, anche se, per giungere ad una lingua letteraria comune si dovrà attendere il Cinquecento.
Primi documenti in volgare I primissimi testi scritti in volgare sono di carattere pratico e risalgono ai secoli immediatamente precedenti il 1000.
Indovinello veronese (fine secolo VIII- inizio IX) Scoperto in un codice della biblioteca capitolare di Verona, sembra opera di un chierico. Il problema che gli studiosi si pongono è se si tratti di latino o di volgare. Taluni ritengono che sia scritto in un latino che utilizza molti volgarismi. In ogni caso è un testo ancora in bilico tra antico e volgare. Se pareba boves, alba pratalia araba/albo versorio teneba/ negro semen seminaba.
Interpretazione : spingeva innanzi a sé i buoi, arava un bianco prato, teneva un bianco versorio, un nero seme seminava.
Si tratta dello scrivano.
Placito di Capua (963) Appartiene al gruppo dei cosiddetti Placiti Cassinesi (anni 960 e 963), quattro documenti che sono i primi intenzionalmente e consapevolmente scritti in volgare. Sono documenti giudiziari campani che riguardano una vertenza relativa ai beni di tre monasteri dipendenti da Montecassino. Il passo sotto riportato è stato estrapolato dal documento sottoscritto a Capua ed è tradotto dal latino in cui era stato scritto, la formula riportata in corsivo è la testimonianza giurata, riportata nel documento in volgare illustre, esattamente come era stata pronunciata. - Facemmo stare davanti a noi il predetto Mari, chierico e monaco e lo ammonimmo, in nome del timore di Dio, che rivelasse ciò che veramente sapeva intorno alla causa. E quello, tenendo in mano la predetta carta [la pianta dei campi in contestazione N.D.R.] che aveva mostrato al suddetto Rodelgrino, la toccò con una mano e fece questa testimonianza: “Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki kontene trenta anni le possette parte Sancti Benedicti” - Domanda: che cosa ci permette di comprendere che si tratta di volgare illustre?
- Il ritmo solenne della frase
- I latinismi
- Sao: probabilmente forma idiomatica dell’Italia settentrionale, non campana
La Postilla Amiatina (1087)
I primi testi continuati in volgare successivi ai placiti in nostro possesso risalgono alla fine dell’XI secolo : sono due carte sarde e tre testi dell’Italia centrale: una iscrizione affrescata sul muro della basilica di San Clemente in Roma, a commento della rappresentazione pittorica del martirio del santo, una formula penitenziale e una postilla aggiunta dal notaio Rainerio ad un atto notarile del 1087, con il quale un certo Micciarello e sua moglie Gualdrada donavano i loro beni all’abazia di San Salvatore sul Monte Amiata. Ista cartula est de capo coctu/ ille adiuvet de illo rebottu/ qui mal consilio li mise in corpu
Intrpretazione: Questa carta è di Capocotto ( probabilmente è il soprannome di Micciarello, significa testa dura) e gli dia aiuto contro il Maligno, che un mal consiglio gli mise in corpo. Rispetto al placito cassinese notiamo una lingua più latineggiante, probabilmente Rainerio sa scrivere il volgare solo riferendolo al latino.
BREVE NOTA SULLA FIGURA DI GIOTTO
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Giotto: San Francesco ricevuto da Innocenzo III
Giotto (circa 1267-1337) fu pittore e architetto. Rivoluzionò la pittura occidentale e la sua arte fu presa a modello dagli artisti rinascimentali. Eseguì pale d'altare e affreschi, tutti di soggetto religioso. San Francesco ricevuto da Innocenzo III fa parte del ciclo di affreschi realizzati intorno al 1325 per la chiesa di Santa Croce a Firenze. Il ciclo di affreschi racconta la storia di san Francesco d'Assisi.
Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual’è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ’l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ’l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
PARAFRASI
A te Signore che sei altissimo, onnipotente, buono, appartengono (tue so’) tutte le lodi, le glorificazioni, gli onori e ogni benedizione.
A te solo, altissimo si addicono (se konfano) e nessun uomo è degno di menzionare il tuo nome (nullu homo ène dignu te
mentovare).
Sii tu lodato (Laudato
sie - anafora, l'espressione viene ripetuta più volte),
mio Signore, così come (cum) tutte le tue
creature, specialmente messer (messor, signore) sole, nostro fratello (frate), il quale
(lo
qual) è la luce del giorno (è iorno), e tu ci illumini grazie a lui (et allumini noi per
lui).
E’ bello e fonte di raggi di luce (radiante – assonanza radiante/grande) di grande splendore, è simbolo
(porta significazione, reca il tuo simbolo) di te, o Altissimo.
Sii tu lodato, mio Signore per aver creato (per - anche ai vv.12-13-15-17-20-23-27) sorella (sora) luna e le
stelle: in cielo le hai create luminose (formate clarite – dal latino clarus), preziose e belle.
Sii tu lodato, mio Signore, per aver creato fratello vento e l’aria, il tempo nuvoloso, il sereno ed ogni variazione atmosferica (aere et nubilo et sereno
et onne tempo) per mezzo delle quali (per lo quale) rendi possibile la vita (dài
sustentamento) di tutte le tue creature.
Sii tu lodato, mio Signore, per aver creato sorella acqua, che è molto utile, umile e pura (casta = pulita, limpida).
Sii tu lodato, mio Signore, per aver creato fratello fuoco, per mezzo del quale (per lo quale) ci illumini (ennallumini = illumini a noi) la notte: ed è bello, gioioso (iocundo), robusto
(robustoso) e forte.
Sii tu lodato, mio Signore, per aver creato nostra madre terra, che ci sostenta e ci accudisce (ne sustenta et governa) e produce diversi frutti con fiori variopinti ed erba.
Sii tu lodato, mio Signore, per aver creato uomini che perdonano in nome del tuo amore (per lo tuo amore) e altri che sopportano malattie e sofferenze (sostengo infirmitate et
tribulatione).
Beati quelli che le sopporteranno serenamente (ke ‘l sosterrano in pace) poiché (ka) da te
Altissimo saranno incoronati (sirano incoronati - intende che saranno incoronati con la corona dei santi del
Paradiso).
Sii tu lodato, mio Signore, per aver creato la morte fisica (morte corporale – la morte del corpo contrapposta alla morte dello spirito) a cui
nessun essere vivente può sottrarsi (pò skappare): guai a
coloro che moriranno (morrano) nel peccato mortale; beati quelli che (la morte) troverà in grazia di Dio
(ne
le tue sanctissime voluntati), poiché ad essi la seconda morte (quella dell’anima) non gli farà alcun male (ka la morte secunda no
‘l farrà male - nel senso che non li riguarderà perché vivranno in eterno, mentre la morte dell’anima toccherà solo gli uomini malvagi che verranno condannati all’inferno).
Lodate e benedicete il mio Signore e ringraziatelo e servitelo (serviateli) con grande umiltà (humilitate).
D O L C E S T I L N O V O
Il dolce stil novo, noto anche
come stilnovismo, stil novo o stilnovo, è un importante movimento poetico italiano che si è sviluppato nella seconda metà del Duecento. Corrente che segna l'inizio del secolo successivo, lo stil
novo influenzerà parte della poesia italiana fino a Petrarca: diviene guida infatti di una profonda ricerca verso un'espressione raffinata e "nobile" dei propri
pensieri, staccando la lingua dal volgare municipale, e portando in tal modo la tradizione letteraria italiana verso l'ideale di un poetare
ricercato e aulico. Nascono le rime nuove, una poesia che non ha più al centro soltanto la sofferenza dell'amante, ma anche le celebrazioni delle doti spirituali dell'amata. A confronto con le
tendenze precedenti, come la scuola guittoniana o più in generale la lirica
toscana, la poetica stilnovista acquista un carattere qualitativo e intellettuale più elevato: il regolare uso
di metafore e simbolismi, così come i duplici significati delle parole.